Skip to main content

Cosa rivela la didascalia di un’opera d’arte?

di Emanuela Pulvirenti
6 Gen, 2023
241

Nei libri di scuola non vengono lette quasi mai. Eppure le didascalie delle opere d’arte sono un piccolo scrigno di preziose informazioni capace di rivelarci aspetti fondamentali e dettagli insospettabili.

Ma iniziamo a vedere com’è fatta la didascalia-tipo, nella sua forma più completa. Prendiamo come esempio quelle di Artelogia Zanichelli, il libro di storia dell’arte che ho scritto due anni fa. La sequenza standard comprende nome e cognome dell’autore, titolo dell’opera, anno di realizzazione, tecnica artistica, dimensioni, città di conservazione e luogo (museo o altro). Ecco un esempio.

Cosa possiamo capire da questa didascalia? Per prima cosa che il dipinto ha un titolo piuttosto descrittivo che fa riferimento a un quartiere di Milano (non stupisce dunque che sia conservato nella stessa città).

Inoltre possiamo notare che nonostante sia stato realizzato nello stesso anno in cui nasce il Futurismo, cioè il 1909, non presenta ancora nessuna ricerca di dinamismo o simultaneità. Boccioni infatti conoscerà Marinetti solo l’anno seguente, quando aderirà con entusiasmo a quell’avanguardia modificando prima i soggetti e successivamente anche il linguaggio, come si può osservare in queste opere del 1910-1912.

L’opera è un classico olio su tela, tecnica che non ci sorprende: da quando è stata ideata, nel corso del Quattrocento, è diventata quasi sinonimo di pittura.

Un aspetto interessante riguarda invece il formato del dipinto, sviluppato decisamente in orizzontale e particolarmente adatto ai panorami. La sua misura è 75 cm di altezza e 145 di larghezza, quasi un doppio quadrato.

Ma ad occhio e croce a che grandezza corrispondono queste misure? Per farlo capire meglio cerco sempre di fare riferimento a oggetti comuni: 75 cm sono più o meno l’altezza di una scrivania, mentre 145 cm sono all’incirca tre sedie accostate. Ovviamente un fotomontaggio in scala con un individuo di altezza media (ipotizziamo 1,70 cm) rende tutto più comprensibile.

Va notato che, a differenza delle formule della geometria in cui il rettangolo è definito da base x altezza, nel campo della storia dell’arte le dimensioni in una didascalia indicano sempre prima la misura dell’altezza e poi quella della base (a cui si aggiunge anche la profondità per le opere tridimensionali), generalmente espresse in centimetri.

Prendiamo un dipinto apparentemente simile, quanto meno come formato. È del pittore macchiaiolo Giovanni Fattori e raffigura un collega appartenente allo stesso movimento mentre dipinge en plein air, sulla costa toscana.

Soffermiamoci sulla tecnica, un olio su tavola (se non diversamente specificato si intende tavola di legno). Un po’ insolito per l’epoca, quando la tela era uno standard. Per capire il motivo della scelta di questo supporto soffermiamoci sulle dimensioni: un rettangolo alto solo 12,5 cm (meno di una penna) e largo 28 cm (poco meno del lato lungo di un foglio da fotocopie, che misura 21×29,7 cm).

Perché scegliere questo piccolo pannello di legno? La risposta è semplice: Fattori riutilizzava i coperchi delle scatole dei sigari Havana che fumava in abbondanza. Usati senza stuccatura, il coperchio e i pannelli laterali costituivano il supporto perfetto per quelli che l’artista considerava solo degli studi. La tela, più costosa, era riservata alle opere maggiori.

Volendo confrontare Fattori e Boccioni ecco la differenza in scala (in basso anche una scatola di legno simile a quelle usate dal pittore).

In molti casi i dipinti presentano la datazione con due anni diversi separati da un trattino, come questa celebre tela di Seurat. Nel caso specifico significa che l’artista ha impiegato due anni per completare il quadro (e non avrebbe potuto essere diversamente considerata la tecnica per minuscoli puntini colorati e le dimensioni di oltre 2 metri x 3).

È degno di attenzione anche il luogo di conservazione, ben lontano da quello in cui l’opera è stata creata. Come abbiamo già visto in un precedente articolo, i dipinti hanno spesso una lunga storia di traslochi e passaggi di mano, dopo il loro completamento.

Ma passiamo adesso a un dipinto molto famoso, anzi al quadro per eccellenza: la Gioconda. La sua didascalia può essere il punto di partenza per un’intera lezione di storia dell’arte…

Tanto per cominciare c’è un doppio titolo: il primo è quello più noto, per lo meno per noi italiani; il secondo (che va messo tra parentesi) è l’altro titolo con cui l’opera è conosciuta. Si tratta di due nomi che si riferiscono all’identità ipotetica della donna: Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo.

Osserviamo poi il periodo di realizzazione: “dal 1503”. Questo tipo di datazione è usata quando si conosce solo l’anno di inizio della creazione ma non quello di completamento (chiaramente non può andare oltre il 1519, anno della morte del pittore).

La tecnica, come per Fattori, è olio su tavola (nello specifico legno di pioppo). Ma in questo caso non si tratta di un supporto di fortuna: la tavola lignea di tradizione medievale – ben visibile sul retro del quadro – era ancora abbastanza in uso anche all’inizio del Cinquecento, mentre invece la tempera aveva già lasciato il posto ai colori a olio.

Ma andiamo alle misure. Spesso chi vede la Gioconda per la prima volta prova una certa delusione perché la immaginava più grande. In realtà non è un quadro particolarmente piccolo: un rettangolo di 77×53 cm infatti è un po’ più grande di un poster piegato a metà (quei fogli di cartoncino su cui si fanno i cartelloni a scuola). Non solo: è decisamente più grande dei ritratti del Quattrocento. Solo nel corso del Cinquecento le dimensioni aumenteranno, anche perché il ritratto tenderà ad includere parti maggiori del corpo.

La Gioconda può apparire piccola perché i visitatori sono obbligati a restare a distanza e perché campeggia isolata su un’enorme parete.

 

Ma se la mettiamo accanto al solito manichino ci rendiamo conto che si tratta di una figura più o meno a grandezza naturale.

Completiamo la lettura della didascalia con il luogo di conservazione, già visto sopra: il Louvre di Parigi. Questo particolare rivela la storia degli ultimi anni di vita di Leonardo. Chiamato in Francia nel 1517 dal re Francesco I, l’artista portò il dipinto con sé vendendolo poi al sovrano per quattromila scudi d’oro (equivalenti a due anni dello stipendio che riceveva dal re). Per questo motivo La Gioconda è oggi al museo del Louvre.

Osserviamo un altro caso di opera assimilabile alla pittura: un disegno di Pisanello con lo studio di un cavallo visto da dietro. In questo caso la data è preceduta da ‘ca’ che significa circa mentre gli anni 1430 e 1433 sono separati da una barra obliqua. Questa forma non indica un arco temporale ma due ipotesi di datazione attestate. Quindi il disegno potrebbe essere stato realizzato intorno al 1430 o al 1433.

Un’altra interessante didascalia è quella che ci permette di scoprire i sistemi di conservazione delle opere d’arte, come quella di questo dipinto di Bramante. Scopriamo infatti che si tratta di un affresco staccato da Casa Panigarola a Milano (oggi non più esistente) e fissato su tela, una tecnica molto delicata che in genere si usa quando il luogo in cui si trova l’affresco non garantisce le condizioni per una corretta conservazione (ma in passato si usava invece per arricchire le collezioni museali, anche quando l’asportazione non era necessaria).

Vediamo adesso un’opera con una didascalia molto diversa. Si tratta di una scultura greca del V secolo a.C.

Come si può notare, il testo inizia direttamente con il nome dell’opera. Questo avviene per tutti i manufatti di autore sconosciuto. La datazione, a differenza delle opere d’arte più recenti di cui si conosce con esattezza l’inizio e la fine della realizzazione, indica in questo caso l’arco temporale in cui l’oggetto è stato realizzato e non necessariamente l’intera durata della sua creazione.

Dopo l’indicazione del materiale (il marmo), passiamo alle misure: nel caso delle statue si sceglie in genere di indicare l’altezza della figura, dai piedi alla testa e non le altre dimensioni, che per un corpo risultano difficilmente individuabili (qual è la profondità di un corpo? in quale punto andrebbe misurata?). In questo caso non viene definita ‘altezza’ ma ‘lunghezza’ perché il corpo è disteso in orizzontale.

Molto interessante è l’ultima parte della didascalia, quella che indica la provenienza del reperto, cioè il tempio di Atena Aphaia sull’isola attica di Egina, e la sua attuale dimora, la Gliptoteca di Monaco di Baviera.

Dietro quelle brevi indicazioni si nasconde un pezzo di storia del primo Ottocento, quando Ludwig I di Baviera, nel 1812, acquistò le sculture dei due frontoni, veri capolavori di età arcaica nel suo passaggio verso il cosiddetto ‘stile severo’, rinvenuti dagli archeologi l’anno precedente.

Il futuro re di Baviera era un appassionato cultore di arte greca (tanto da far costruire due edifici gemelli di gusto neoclassico per la sua collezione), ma era anche perfettamente consapevole del prestigio politico che gli avrebbe dato il possesso di quei pezzi nel momento in cui le altre potenze europee facevano a gara per aggiudicarsi i capolavori dell’arte classica (nel 1812 lord Elgin trasferiva i marmi del Partenone in Inghilterra e qualche anno dopo Parigi otteneva la Venere di Milo).

Vediamo adesso la didascalia per un’architettura antica. Il testo è decisamente più semplice: si comincia con la città in cui si trova l’edificio, segue la denominazione, la datazione e, nel caso in cui siano presenti più vedute, l’indicazione di quale parte di edificio si tratti (esterno, interno, abside, facciata etc…).

Quando non si conosce la data esatta di inizio e fine dei lavori (spesso individuati attraverso la posa della prima pietra e l’inaugurazione o la consacrazione) si indicano in modo generico i secoli interessati.

Spesso l’edificio subisce integrazioni e manomissioni anche rilevanti nel corso del tempo: nel caso del Duomo Vecchio di Brescia, è stato aggiunto un coro con transetto tra Quattrocento e Cinquecento e un ingresso barocco nel secolo successivo. Tuttavia, quando l’edificio originario mostra una sua compiutezza, si preferisce indicare in didascalia solo la sua datazione.

Quando di un’architettura si conosce invece anche l’autore la sequenza della didascalia è diversa: prima viene il progettista, poi il nome dell’opera, la data e la città.

Nel caso della Sagrada Familia di Gaudì la data finale non è quella in cui l’opera è stata terminata ma quella della morte dell’architetto. L’immensa basilica, infatti, è ancora in corso di costruzione. Il suo completamento è previsto nel 2026, in occasione del centenario della morte di Antoni Gaudì.

Ci sarebbero ancora mille altre scoperte da poter fare leggendo con attenzione le didascalie dei libri di storia dell’arte, ma le lascio a voi, sperando di aver stuzzicato la vostra curiosità!